« Le donne non hanno rotto il soffitto di cristallo perché non sono, evidentemente, ancora convinte di volerlo fare ».
Mi infastidisce questa frase che la stampa ripropina internazionalmente, ultimo un servizio del TG2 di ieri.
Credo sia molto più logico chiedersi se sia « L’échec d’une femme ou l’échec de Hillary Clinton ? » (http://www.lemonde.fr/big-browser/article/2016/11/10/comment-expliquer-que-hillary-clinton-n-ait-pas-remporte-davantage-de-voix-chez-les-americaines_5029125_4832693.html)

La persistente mancanza di parità non sta nel fatto che donne del ceto medio-basso, frutto di una società di diseguaglianza e assenza di diritti fondamentali, abbia scelto Trump.
Io la vedo piuttosto nel non aver trovato (né cercato, forse) un’alternativa più credibile alla Clinton, « ragazza » degli Anni ’50, quasi-co-presidente di un’amministrazione quanto meno mediocre, figura ormai antonomastica di un’élite alla « Beverly Hills 90210 » tanto nell’aspetto che nei contenuti patinati e démodés.
Davvero non c’era un’altra donna (più) valida ? Perché un Paese così grande e –dicono- avanzato non ha saputo sceglierla né, forse, crearla?

È questo il dato preoccupante, perché purtroppo una società che ha scelto Trump rischia di creare altri Trump, in un gioco al ribasso fatto di potere mediatico, mancanza di accesso all’istruzione e persistenza delle fratture sociali.
Si rischia una lunga serie di pagliacci al potere, di cui in Italia dovremmo sapere qualcosa : nel nostro piccolo siamo stati dei precursori, e non c’è niente di cui vantarsi.

L’astrazione un po’ decadente del voto contro non appartiene alla classe media sofferente e ammaccata, che preferisce allora il voto « di pancia ».
E l’intelligencija la smetta di guardarsi l’ombelico dall’alto del suo piedistallo. Si sporchi le mani, getti uno sguardo al di fuori del proprio salotto : non troppo lontano, verso orizzonti terzomondisti e colorati, ma nel grigio dei vicini che sporlverano la laurea della figlia disoccupata pensando che magari era meglio farle sposare un Trump (ché Bill Clinton in quanto a misoginia ha dimostrato la sua vera faccia con l’affare Lewinsky).

2013

25 dicembre 2013

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 Liste di un anno dispari, intenso e forte.

 Libri (pubblicati da qualche anno e scoperti ora): “In alto a sinistra” di Erri de Luca, letto all’alba attaccata al termosifone prima di andare a lavorare, “De ça je me console” di Lola Lafon, in cui ho vissuto una vita parallela della durata quotidiana di quarantacinque minuti, dalla stazione metro Porte de Hall fino a Houba-Brugmann, e poi “Un Barrage contre le Pacifique”, che ha la profondità dell’Oceano, la forza devastante delle piogge dei tropici e la desolazione delle loro stagioni secche. Tra i saggi “Des Pouvoirs des Images” di Louis Marin e l’illuminante (tuttora) “Le Deuxième Sexe” di Simone de Beauvoir.

 Dischi: “Sketches of Ethiopia” di Mulatu Astake, scoperto dal vivo in un meraviglioso concerto al Bimhuis di Amsterdam, “Tropiques” di Maissiat, “Dimanche à Bamako” di Amadou et Mariam, colonna sonora di un week end di inizio estate a Parigi da una buona amica.

 Cinema: splendido “La Grande Bellezza” di Sorrentino. Ne avrei citati altri (“Le Passé” di Farhadi, “L’Attentat” di Doueri e “La vie d’Adèle” di Kechiche) se il primo non mi avesse conquistato al punto da offuscare qualunque concorrenza. Estremamente interessante  ed esteticamente ben costruito resta pero’ il documentario sulle Femen di Kitty Green, “Ukraine is not a Brothel”, presentato alla Mostra di Venezia e poi in numerosi altri festival minori, tra i quali l’International Documentary Festival Amsterdam, dalla selezione accurata e accattivante.

 Tra le mostre, esposizioni, festival ho adorato Experienz#2 al Wiels di Bruxelles, con il suo focus ad ampio respiro sulle arti performative.

 Parole chiave dell’anno: responsabilità, autonomia, realizzazione, maternità, femminismo, scelta, integrità, organigramma, guardie, colocataires, agua de Valencia, nostalgia.

Foto di Miroslav Tichy

Ma nouvelle vi(ll)e

27 ottobre 2012

Max Alexys, A Bruxelles, Bruxelles, Vergucht

Era un uomo molto alto, dal fisico nervoso, calvo. Aveva occhi incavati e penetranti. Il suo sonno non durava più di tre ore per notte, turbato da strane visioni. “Una volta, tra le altre, gli sembrò di trovarsi a colloquio con lo spettro del mare. Così, generalmente, per buona parte della notte, stanco di vegliare o di stare sdraiato, ora si metteva seduto sul suo letto, ora vagava per gli immensi portici, attendendo e invocando il giorno”.
Era cresciuto tra i legionari, indossato le loro scarpe, da loro ricevuto il nome. Questo è Caligola, ritratto da Svetonio nelle “Vite dei Cesari”.

La stessa immagine inquieta ritornerà, molto tempo dopo, nel dramma di Camus, messo in scena il primo ed il 2 Luglio scorsi al Festival Internazionale di Villa Adriana, con la regia di Eimuntas Nekrosius.

Nonostante l’estro geniale di tutte le componenti, dal regista, al testo, alla cornice suggestiva, il risultato non sconvolge. Come ammette lo stesso regista nell’intervista a cura di Rodolfo Di Giammarco (“Repubblica” dell’1/07/2011): “Caligula non è un testo tradizionale ma filosofico, e concede molte libertà sia al regista che agli attori. Ma resta un’opera difficile» (…) «Le parole e i pensieri di Camus sono molto profondi. Noi abbiamo usato molti mezzi espressivi, e solo quando il senso di alcune battute restava impenetrabile, abbiamo effettuato piccoli tagli». L’estetica cerebrale di Camus mal si concilia con la suggestione emotiva ed icastica del miglior Nekrosius.

Caligola è un uomo diviso: la scena si apre sulla sua fuga, dopo la morte della sorella, amante, dea, Drusilla. Quasi una fuga dissociativa: ha perso il perno della sua esistenza, la sua vita emotiva. A questo punto la sua intera scala di valori è infranta: resta una smania d’impossibile, l’attaccamento ad un potere terreno che si fa sdegno e crudeltà. Caligola pretende la luna, la insegue, si fa egli stesso luna e Dio, Venere.

A segnare la perdita di individualità c’è un soprabito cremisi che Caligola dismetterà solo in una scena, bellissima: a colloquio con l’amico e poeta Scipione, tra i due nascerà un gioco, un’evocazione, nella quale l’imperatore ritroverà per un attimo la sua serenità.

Intorno al sovrano, interpretato Yevgeni Mironov, un manipolo di patrizi ed una scenografia in lamiera ondulata (peraltro opera del figlio del regista). Un’ambientazione un po’ da regime sovietico, in cui l’uomo rinuncia alla sua dignità, sopraffatto dallo squallore circostante: l’attore urina in una scodella, i figli sono sacchi di iuta pronti ad essere gettati nella cuccia del cane, le matrone patrizie diventano oggetto delle voglie capricciose del sovrano.

Eppure c’è la musica: come un fondo d’umanità ancora vivo nel protagonista, temi di Wagner, Brukner, Haendel pervadono lo spettacolo senza interruzione, ma sempre solo come accenni, ripetizione di frammento che non arriva mai alla sua completa evoluzione.

Caligola morirà in una congiura, urlando “Alla Storia”. Al momento di agire ai cospiratori, che in fondo riconoscono in se stessi le bassezze del protagonista, tremano le gambe, gambe che Nekrosius raffigura scenicamente come lance di cartapesta con una “caliga” in fondo appunto, a mo’ di scarpa, a sottolineare l’identità tra la natura profonda di Caligola e dei suoi subalterni. Sarà lo stesso Caligola ad incitarli. Morirà tra i frammenti di specchio branditi dai congiurati, nei loro giochi di luci: quasi il suicidio (tema caro a Camus) di un Io frammentato.

Da sempre ci si appoggia a diagnosi organiche per descrivere la personalità di questa figura storica: epilessia, saturnismo, ipertiroidismo sono le patologie, talune storicamente documentate, altre supposte, da cui sarebbe stato affetto, quasi a voler esorcizzare la paura verso tratti dell’animo umano ascrivendoli ad una categoria diagnostica. Ma il Caligola di Camus più di ogni altro non è un uomo malato: Caligola è un cuore sovrano e ferito, un’emotività negata.

“Finché Caligola è vivo, io sono alla completa mercé del caso e dell’assurdo, cioè della poesia.”

(Discorso di Cherea ai senatori, Albert Camus, Caligola, 1941).

Viaggi

23 ottobre 2010

 

Lausanne

Alla stazione di Ginevra mi scambiano per autoctona. Quando scoprono la mia provenienza vengo ribattezzata “La p’tite italienne

Lausanne è una città con salite e discese, strade che fanno da ponte su altre strade. Intrecciati sui suoi tanti livelli, gli edifici sono gotici e futuristi insieme.

E’ una città di interni: le finestre sono ampie, ricoprono intere pareti, e riversano in strada luci e atmosfere calde.

I locali sono mitteleuropei, raccolti, con tavoli e boiseries in legno.

Sedevo al Café Roman e mangiavo fonduta. Uno svizzero con i baffi ed una birra da un tavolo affianco approfitta di un mio momento di solitudine e mi rivolge la parola: “Sii furba: per le donne il tempo passa più in fretta. Stasera c’è la luna piena”.

The Netherlands

A Groningen giriamo in bicicletta tra i ponti e i canali. Non c’è mai tempo di dormire: seguiamo i corsi al Policlinico Universitario, poi la sera si cena a casa degli studenti olandesi e si esce per ballare, fino a notte tarda.

Mi sento leggera: cresco, senza dolore, senza fatica. Dormo poco e non ho mai sonno: non ho più incubi, un sonno vuoto e felice.

Amsterdam è una città senza pudore: si mostra completamente, senza filtri. Si ha l’impressione di potersi scegliere: la città non s’impone, ciascun passante sembra poter seguire un percorso su misura per lui. E’ la città che si adatta all’Uomo, senza vincoli né morale. Tutto diviene così naturale da perdere sensualità. E’ libertà senza segreti, autentica e inumana.

Torino

Sono arrivata in Ottobre, con l’aria di neve. Calco sulla testa un cappello di velluto nero. Dalla stazione prendo un tassì che mi porta in albergo. Alle spalle ci sono i Murazzi del Pò e in fondo si vedono le colline.

La mattina raggiungo a piedi Piazza Vittorio Veneto, cammino sotto i portici di Via Pò, compro il giornale in un’edicola che porta scritto “La Stampa” sulla sua insegna, quella gialla delle edicole che oggi altrove non si vedono più, e penso di essere un personaggio di Pavese.

L’ultimo giorno sono salita in cima alla Mole Antonelliana. L’ascensore di vetro sale su attraverso il Museo del cinema, e nella salita incrocio i volti in bianco e nero dei divi di ieri. Sulla cima mi guardo intorno, Torino dall’alto e le colline piemontesi, quelle di Pavese. Ho l’impressione che se scrivessi ora non potrei usare che le parole e le emozioni solitarie e piene dei suoi libri.

JozefBubakInRed

 Salgo su una cabriolet bianca, musica a volume alto, velocimetro sopra le righe.

Non è quanto mi aspettassi, né quel che cercavo.

Arriviamo con molto ritardo ad una festa. Il locale è grande, dispersivo, pretenzioso, fuori città. Entro con due persone dall’accento straniero che parlano di sigari, un’amica ed il suo ragazzo che con l’accento del Sud sproloquia di psicanalisi.

Saluto la festeggiata, poi cerco P.: non è venuta. Ballo per ingannare il tempo, fino a molto tardi. Quando torniamo in macchina già la tangenziale è toccata dall’alba.

Non ho più sonno. Sono troppo annoiata per avere sonno.

Ho risalito le scale di casa arrampicandomi stancamente sui miei tacchi, poi, prima di spegnere le luci, ho fatto una telefonata sbagliata. Ho riagganciato prima di poter ricevere risposta. Avevo dimenticato quanto tempo fosse passato dall’ultima volta che sono stata felice.

Oggi all’angolo della strada c’è un sax che suona, e mi ricorda quei giorni troppo lontani. Sono anni ormai che fuggo di casa ogni sabato per non ascoltarlo, per non trovarmi braccata da quella musica che sta lì a raccogliere soldi, passanti, ricordi che marciscono nella mia mente.

 

(Photo by Jozef Bubak, “In Red”)

http://bellocomune.altervista.org/

tishenkodmitriy

(Foto di Tishenko Dmitriy)

El lugar de mi alma

26 maggio 2009

alinamanolachedorothi,watchthestars 

Oggi fa caldo e vorrei essere molto leggera. Ho voglia di camminare, anche se l’asfalto si scioglie sotto la suola dei sandali. In Via Merulana ci sono solo l’ombra dei platani ed un traffico indolente.

Da Mas compro un paio di scarpe di tela per un euro. Ascolto le canzoni napoletane in filodiffusione, circondata da donne in sari bellissimi.

Mi fermo in una pasticceria e mangio un dolce con le fragole.

E’ la bella stagione. Bella e prepotente.

 C’è afa nei miei pensieri, li sento schiantarsi anche loro sull’asfalto, troppo pesanti. Tutta questa solitudine popolata di sentimenti lontani, di ricordi che si dividono su un mappamondo troppo grande. La luce è così invadente da cancellare anche la linea dell’orizzonte.

Da bambina il pomeriggio in estate giocavo in strada nel mio paese natale, con la bicicletta e le figlie dei vicini di casa. Ci chiamavamo dai balconi appena il sole calava un po’. Scendevo di corsa, ancora accaldata per la giornata di mare.

Il giardino del vicino era una terra straniera, arrivare in fondo all’agrumeto un viaggio da sognare per mesi, in segreto.

A Roma poi, esistevano solo le strade verso cui poteva condurmi la mano di mia madre, e misuravo l’altezza dei palazzi per confronto con le spalle di mio padre.

Era facile non conoscere niente: era l’antidoto alla nostalgia.

Oggi mi sento divisa, un mosaico di tutto ciò che ho lasciato in ogni luogo vissuto, amato, lontano.

Qualcuno mi disse che le persone sono luoghi. C’era qualcosa di vero.

Oggi vorrei essere in una città di mare, piccola, una città senza porte, città di finestre aperte e panni stesi, nel sole e nel vento, come parole gridate. Sogno di ritrovare all’angolo dei vicoli i volti che amo e che ho amato, tutti i ricordi di cui sono rimasta l’unica custode. Sogno un luogo che vive nelle sue strade, nelle piazze, una città di fontane che cantano nel pomeriggio. Città senza telefoni e senza fili, città a misura di voce.

 (Foto di Alina Manolache)

29 Aprile

10 maggio 2009

 

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 La fermata del metrò è rimasta uguale. Fuori non so più che stagione sia: forse di nuovo estate, ancora estate, fine o inizio, ho perso il segno.

 Era sempre lì che aspettavo, ma stasera non ho un appuntamento.

Ad ogni passo tintinnano le monetine della collana e degli orecchini. Un suo regalo, bellissimo. Lui sa sempre quando lo indosso, e anche così ci ha tenuti uniti quando ci eravamo persi.

 Quell’altra sera, doveva essere Settembre, camminavamo per la stessa strada: vestivo a righe, appena tornata dalla villeggiatura, e gli confidavo riflessioni sulla mia infanzia. Prendemmo un gelato buonissimo, il mio era gusto riso e miele credo.

 Lui disse che lì vicino abita M.. Saremmo andati insieme a casa sua, una di quelle sere. Poi, fu qualche tempo dopo, ci perdemmo.

 E’ lì che vado stasera: non so dove sia, mi guida il ricordo di quella sera. Porto un vino della sua terra. Brindiamo: domani F. parte. E lui è già partito da un po’. Prima però, ci siamo ritrovati.

 E così lo chiamo al telefono stasera: sono arrivata. Dove? Ti ho raggiunto, mi hai raggiunto. Non siamo poi così lontani.

A presto, ciao amore ciao. (Se ci fosse la tua chitarra canteremmo).  

(Foto di Olivier Ld, “Fantômes”)